Crisi agricola: un silenzio assordante. La testimonianza di Leonardo Conte.


“Le aziende agricole stanno morendo ma non è colpa nostra. Il lavoratore onesto non viene incentivato a causa di scelte istituzionali sbagliate  che, anzi,  lo portano spesso a compiere azioni disoneste”. Chi parla non è un uomo politico ma è solo uno dei tanti imprenditori onesti che popola il nostro territorio, Leonardo Conte. La sua azienda collocata tra Tursi e Policoro, è stata messa in ginocchio più volte.

Le cause? Diverse. Superficialità degli organi preposti, cambiamento delle politiche agricole a livello internazionale, usura. Lo scopriamo in questa intervista che abbiamo realizzato per voi. Scoprirete che c’è un’unica parola che viene spesso ripetuta: ‘onestà’.

Leonardo si presenta con la sua aria buona, di uomo riservato e timoroso. Intervistarlo non è per nulla una fatica. Sono poche le domande che mi permettono di conoscere la sua storia e le sue vicissitudini perché Leonardo Conte si racconta emozionando ed emozionandosi.

Leonardo com’è iniziata la tua storia?

La mia attività di allevatore è prima di tutto una grande passione che si sviluppa dopo aver visto la mia famiglia allevare per anni capi di bestiame in piena libertà in una Basilicata, allora ricca di allevamenti. La mia attività inizia, infatti, da bambino quando dopo la scuola accompagnavo mio padre durate il periodo estivo per i campi e prosegue nel ’73 dopo essermi diplomato. Volevo fare il veterinario ma la salute precaria di mio padre me lo impedì così, incominciai a commercializzare animali nelle regioni limitrofe. Con il tempo però gli allevatori divennero sempre meno, molti si trasferirono nelle città e conseguentemente, anche il bestiame iniziò a scarseggiare. Proseguii, pertanto, la mia attività importando sia dai paesi dell’est che da quelli del Nord Europa, in modo particolare dalla Francia dove gli animali vivevano ancora in libertà.

Nel 1988 acquistai un’azienda e continuai a lavorare come allevatore. Il mio allevamento era costituito da mucche da carne e suini. Fu l’unica azienda certifica per quegli anni per cui i miei animali erano sani e ognuno di loro certificato. Con la loro carne ho partecipato a molte campagne nazionali tra le quali una in Sardegna dove ci si prefiggeva di consegnare carne certificata, quindi immune da qualsiasi trattamento, alle mense scolastiche.

A un certo punto, con il passare degli anni però, quello che era un bel lavoro, un lavoro onesto incominciò a trasformarsi in ‘altro’. Nella gestione si dovette presto fare i conti con un certo ‘tipo’ di commercio: la camorra, le mafie, il business dell’Iva, si facevano imbrogli, i clienti iniziarono a non pagare e tu che lavoravi onestamente, ti trovavi ad andare sul mercato a prezzi non più competitivi. Per non parlare del prodotto: ero partito da un prodotto naturale e mi trovavo immerso in un settore che usava sempre più frequentemente ormoni, estrogeni, latte artificiale, medicinali.

Fino al 1993 quando fui colpito da una grave ingiustizia. Chi doveva accertarsi che la salute dei miei animali fosse salvaguardata non lo fece inventandosi una malattia che i miei animali in realtà non avevano: l’AFTA Epizootica (una malattia altamente contagiosa dei ruminanti e del suino). Fermarono l’attività per sei mesi anziché i 40 giorni consentiti dalla legge portandomi al fallimento commerciale più completo e da lì andò sempre peggio. Cercai di reagire ma ormai la mia azienda era gravemente compromessa. Decisi quindi, dal ’95 al ’99, di andare in ‘esilio’ per quattro anni in Calabria.

Nel ’99 decisi di ritornare e rimettere in piedi l’azienda. Difficile ripartire da zero e risollevarsi soprattutto per uno come me che aveva perso tutto pagando fino all’ultima lira tutti i fornitori. Sei bollato! Nessuno più ti fa credito, non puoi realizzare più alcun investimento e nonostante tu sia una persona onesta ti fanno diventare disonesto; ti ritrovi a fare azioni che non avresti mai pensato di fare come camminare per strada con un mezzo con l’assicurazione scaduta perché non hai possibilità di pagarla, con l’ansia che da un momento all’altro ti beccano e te lo ritirano.

Adesso come sta andando?

L’azienda non sta benissimo. Non sono riuscito a pagare delle rate perché alcune banche mi hanno applicato un interesse del 32%. A questo si è aggiunta la beffa: c’è qualcuno che è andato in tribunale a fare un’asta di beni trovandomi di punto in bianco, nello studio di un consulente a sentire che qualcuno ha acquistato una parte dell’azienda con un valore notevolmente inferiore rispetto a quello reale.

Sono venti anni di sofferenza: non ho ricevuto alcuna giustizia e ancora oggi aspetto di vedere i risultati delle analisi che furono fatte nel lontano ’93 e che attestarono la presenza dell’AFTA Epizootica tra i miei animali. Hanno ridotto in fin di vita un’azienda che andava forte e che costituisce, ancora oggi, a livello nazionale, il primo esempio di filiera corta: dalle matrici (madri) infatti, cresciute con alimenti sani e che vivono in modo libero nella mia azienda, alla produzione di salumi sani.

Cosa speri possa accadere in un prossimo futuro?

Non mi arrendo! In azienda non entreranno mai almeno fino a che vivrò!

Voglio giustizia e voglio che si risolva il mio problema con un procedimento che sia equo alla mia condizione. Non in questo modo perché non è una situazione giusta, onesta. Fortunatamente, nel dramma, ho trovato gruppi di acquisto che hanno avuto fiducia in me e mi sostengono nello sviluppo dell’attività facendo nascere un rapporto che fa della fiducia una condizione essenziale. Ho trovato poi in Altragricoltura, un movimento di cui faccio parte dal 2009 quando ci fu la marcia dei trattori da Policoro a Bari, l’unica voce valida che possa dare un futuro alla mia vertenza.

 

 

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